“Prigionieri palestinesi”

NELL’INFERNO DELLE CARCERI ISRAELIANE 

Questo piccolo contributo vuole portare l’attenzione sulle migliaia di uomini, donne e bambini prigionieri nell’inferno delle carceri israeliane. Non è soltanto un atto dovuto, un tributo minimo alla loro lotta per la sopravvivenza, minacciata dall’accelerazione della “soluzione finale” prevista per tutti i palestinesi. Vuole essere anche un invito a considerare che cosa rimane della nostra umanità – già pesantemente ferita dalla complicità dei Paesi in cui viviamo alle pratiche colonialiste in atto in Palestina – se arretriamo di fronte al terrore dissuasivo seminato dagli Stati. La rete di campi di tortura allestita da Israele – del tutto complementare alla devastazione di Gaza e alla pluridecennale pulizia etnica nei Territori occupati – si avvale di un principio di nominazione che serve a de-umanizzare l’intero popolo palestinese e chiunque vi porti solidarietà. La stessa locuzione “guerra Israele-Hamas” utilizzata per compiere un genocidio mostra con chiarezza come sia necessario rifiutare le nominazioni dei poteri costituiti, poiché esse sono attribuite in una prospettiva di annientamento e isolamento di chi ad essi si oppone. 


Maria Rita Prette, curatrice dei cinque volumi del Progetto memoria e di questa Collana, su questi temi e per queste edizioni ha pubblicato: Bambini in Palestina (2004); 41 bis. Il carcere di cui non si parla (2012); con R. Curcio e N. Valentino, La socioanalisi narrativa (2012); Tortura, una pratica indicibile (2017); La guerra che fingiamo non ci sia (2018).

CHI SIAMO

Siamo una cooperativa di produzione e lavoro dal 1990. Proponiamo un modo di cercare, di porre domande sui vissuti, sui dispositivi totalizzanti,  sulle risposte di adattamento e sulle risorse creative delle persone che li attraversano.

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