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PROGETTO MEMORIA
I Libri
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La collana Progetto memoria è nata nel 1994 per rendere visibili e fruibili socialmente i risultati della ricerca. Allo stato attuale propone 5 volumi, di cui segue una sintetica descrizione.
La mappa perduta, prima edizione 1994, ristampa 1995, seconda edizione aggiornata 2006, p. 512
La parte di ricerca pubblicata ne La mappa perduta è divisa in cinque sezioni precedute da una mappa di orientamento generale. La mappa consente uno sguardo d’insieme sulla dislocazione nel tempo delle principali organizzazioni armate. La prima sezione prende in considerazione le organizzazioni armate ripartendole in due grandi gruppi. Nel primo sono comprese quelle che, per durata temporale, consistenza numerica o particolari peculiarità costituiscono il riferimento strutturale del fenomeno nel suo insieme. Nel secondo, le formazioni che, rispetto ai parametri suddetti, possono essere considerate minori. Vengono inoltre segnalati quegli organismi legali che in qualche modo sono stati inquisiti per "associazione sovversiva" o "banda armata". La seconda presenta, in ordine cronologico, capitoli nominali per ciascun evento in cui hanno incontrato la morte 68 militanti. In ciascun capitolo l’attenzione è portata in modo specifico sull’evento e sulle bibliografie relative ad esso o alle persone. La terza si riferisce alle persone morte a causa dell’attività delle organizzazioni armate e presenta dati anagrafici ed eventuali riferimenti bibliografici per ciascun evento. La quarta sezione fornisce la descrizione socio-statistica, con relativi grafici, del fenomeno nel suo complesso. Abbiamo ritenuto utile proporre, nella quinta, un quadro della detenzione politica attuale (nella seconda edizione del 2006 con dati aggiornati al 31 dicembre 2005), per rendere completa l’informazione sul fenomeno armato. Per agevolare la consultazione del testo vengono proposti infine due indici analitici: per sigla di organizzazione e per nomi di persone citate.
Sguardi ritrovati 1995, p. 432
In una sezione del primo volume del Progetto memoria abbiamo presentato informazioni relative agli eventi in cui 68 militanti delle organizzazioni armate hanno incontrato la morte nel corso del conflitto che ha attraversato l’Italia dal 1969 e che ha lasciato tracce ed irrisolti fino ai nostri giorni. In questo volume ci proponiamo di far conoscere quegli stessi militanti (68 già indicati ne La mappa perduta e 1 deceduto a ridosso della pubblicazione del secondo volume) attraverso gli sguardi delle persone e dei gruppi sociali che li hanno conosciuti e hanno voluto darne un loro ricordo. Ciascuno dei 68 capitoli nominali articola un profilo biografico sociale su più dimensioni: notizie biografiche essenziali; eventuali scritture del militante deceduto; documenti prodotti da organizzazioni armate e da altri gruppi sociali per la persona o per l’evento in cui ha incontrato la morte; frammenti di altre pubblicazioni in cui viene ricordata la persona; testimonianze dirette prodotte per questa ricerca e donate al Progetto memoria da chi ha conosciuto i militanti e ha voluto ricordare quegli incontri. L’introduzione illustra metodi e criteri della ricerca, ricchezze umane e ostacoli incontrati nel reperimento della documentazione, ed alcune riflessioni sul complesso rapporto tra la memoria e il rimosso, soprattutto quando quest’ultimo ha a che fare con la morte.
Le parole scritte 1996, p. 576
Questo libro propone un centinaio di documenti, molti dei quali inediti, scritti da 32 organizzazioni armate, operanti in Italia dal 1969 al 1989, di cui abbiamo tracciato un profilo storico-sociale nel primo volume. Li presentiamo nella loro versione originale ed integrale, seguendo l'ordine cronologico di nascita delle formazioni che li hanno redatti, ritenendo che le parole scritte "all'epoca dei fatti" possano essere un utile strumento di conoscenza delle motivazioni e dei contenuti espressi da ciascuna esperienza organizzativa nel corso dei venti anni considerati. L'introduzione che li precede illustra i criteri su cui si è basata la selezione dei documenti, scelti fra molti, con l'intento di proporre quelli che offrono tanto elementi relativi alla struttura interna e ai terreni d'intervento, quanto un quadro dell'impianto teorico politico su cui le organizzazioni hanno fondato il loro agire. Per quanto concerne l'elaborazione politica e la diversificazione dei linguaggi nelle differenti formazioni e nei diversi periodi, i documenti qui presentati costituiscono perciò la struttura essenziale dell'esperienza armata di sinistra nel suo complesso.
Le torture affiorate 1998, p. 392
Questo volume presenta un quadro informativo sull'uso della tortura nei confronti di 28 arrestati per banda armata negli anni settanta e primi ottanta. Il testo si articola in tre parti, precedute da relazioni introduttive che illustrano l'impostazione cui ci siamo attenuti per questo delicato lavoro.
La prima parte fornisce una mappa delle torture affiorate presentando, in ordine cronologico, le testimonianze dei torturati, nella forma in cui sono state redatte: denunce all'autorità giudiziaria, racconto dell'evento in forma di lettera pubblica o all'avvocato di fiducia. In alcuni casi, per sopperire all'irreperibilità dei documenti d'epoca o per integrarli, presentiamo testimonianze successive, raccolte dal Progetto memoria.
Le denunce sono accompagnate, quando ciò è stato possibile all'epoca dei fatti, da eventuali perizie mediche e relativi allegati fotografici.
La seconda documenta quello che è stato il dibattito sulla "questione tortura" nei primi mesi del 1982. A titolo illustrativo del contesto sociale, culturale, e politico in cui gli eventi sono collocati, presentiamo alcuni atti parlamentari e una eterogenea documentazione che attraversa i mondi del giornalismo, della magistratura, delle forze dell'ordine e delle organizzazioni armate. Inoltre si dà conto delle posizioni assunte sulla questione da organismi sociali e politici di varia ispirazione. La terza parte propone, per gli eventi a cui ha fatto seguito un intervento della magistratura, alcuni documenti giudiziari: sentenze, atti istruttori e allegati processuali di più ampio respiro e interesse generale. Presenta infine gli interventi di Amnesty International sulla "questione tortura" in Italia.
Il carcere speciale 2006, p. 640
Questo libro propone complessivamente 245 documenti scritti per lo più da militanti inquisiti per banda armata o associazione sovversiva nel ventennio 1969-1989. Ai comunicati scritti in occasione di lotte e ai documenti politici di analisi dell'istituzione totale nella quale essi sono reclusi, si affiancano lettere di singoli prigionieri e testimonianze redatte successivamente agli eventi di cui riferiscono. A queste voci fanno da specchio alcuni decreti o circolari ministeriali, articoli di legge, che direttamente riguardano quei detenuti. La presentazione in ordine cronologico restituisce una narrazione a più voci di un pezzo di storia trentennale dell'istituzione carceraria in questo paese. E, soprattutto, la storia, sul versante carcerario, delle diverse formazioni armate che con questa istituzione hanno dovuto confrontarsi per molti anni. Dal 1990 ad oggi, sono invece proposti 23 documenti di provenienza eterogenea che, da diversi punti di vista, mostrano l'evoluzione degli istituti che hanno regolato la vita in carcere nei restanti sedici anni, non soltanto per i detenuti "politici".
Questo lavoro si propone di documentare l’esperienza nel carcere speciale delle persone inquisite per banda armata nell’arco dei vent’anni considerati dalla ricerca Progetto memoria (1969-1989). Al fine di rendere conto dei passaggi che hanno preceduto e seguito questa specifica esperienza carceraria e per sottolinearne l’internità all’istituzione carcere, si presentano alcuni documenti precedenti e successivi. I documenti, i comunicati scritti dai prigionieri politici nei 20 e più anni presi in considerazione sono diverse centinaia. La selezione qui proposta ha lo scopo di informare sulle condizioni di vita dentro al carcere speciale, sugli eventi vissuti singolarmente o collettivamente durante la carcerazione, sulle lotte e le risposte che i reclusi hanno elaborato, sugli organismi collettivi di cui si sono dotati. Non sono qui presentati i documenti di più ampio respiro, quelli propriamente politici, di analisi e tesi più generali, che saranno oggetto di un prossimo volume. Tuttavia molti dei documenti selezionati contengono elementi del dibattito politico interno alle diverse formazioni e ai diversi orientamenti. Alcuni frammenti fanno parte di lavori più ampi e generali, dei quali è qui presentata la parte che riferisce direttamente del carcere e sul carcere, mentre quelli che non vi si soffermano sono esplicitamente esclusi. Poiché da un certo momento in poi, nel dibattito carcerario, il confronto su carcere e prigionia diventa un confronto sulla lettura che si dà del momento politico, e più precisamente sulla validità della lotta armata quale strumento di azione politica, i documenti prodotti successivamente al 1982 risentono maggiormente di questa duplicità. Nel 1983-84, con il dibattito sulla dissociazione e soprattutto nel 1987-88, quando il dibattito interno sulla "soluzione politica" è al suo apice, i due elementi non sono più distinguibili. Per questo sono proposti qui soltanto quei "documenti chiave", che hanno dato avvio a quei dibattiti, indispensabili per rendere conto delle trasformazioni interne alla prigionia politica. Per tutti gli altri, si rinvia al prossimo lavoro sui documenti di politica generale redatti in carcere. Considerata la diversificazione di posizioni, di sguardi e di esperienze che si sono confrontate negli anni, si è dato spazio a tutte le voci, sia pure nei limiti dello spazio disponibile. La lettura in ordine cronologico rende conto del dibattito così come si è sviluppato con le differenti posizioni, sebbene esso sia stato, all’epoca dei fatti, meno coerente e lineare di quanto appaia qui, perché questi materiali, in carcere, circolavano con estrema difficoltà. Di tutti i documenti omogenei per contenuto, o perché provenienti dalla medesima area di riferimento o perché prodotti a ridosso di altri, allo scopo di sostenere questa o quella posizione, ne sono stati scelti alcuni che assumono quindi valore emblematico, pur non potendo rappresentare compiutamente l’ampiezza del coinvolgimento numerico e spaziale di quegli stessi sguardi. Fra i documenti scritti da detenuti taluni sono poesie, lettere (scritte ad amici oppure a riviste, organismi di movimento, giornali) divenute o meno pubbliche a suo tempo, altri sono diari o testimonianze custodite nel nostro archivio. A questo proposito, si è ritenuto che diversificare i linguaggi espressivi avrebbe agevolato la lettura e in parte avrebbe potuto supplire alla carenza di documenti rappresentativi di una vasta area di persone che non si è riconosciuta, nel corso degli anni di carcerazione, in alcuna delle posizioni politiche qui documentate. Il testo, d’altra parte, prima ancora che rendere conto degli sguardi sugli eventi, si propone di informare sugli stessi, via via che si succedono, dando in questo modo conto del clima, di come evolvono le situazioni e di come quegli eventi si intrecciano fra loro. Le "testimonianze successive" sono ancora più eterogenee. Spesso sono brani tratti da libri, racconti scritti alcuni o molti anni dopo i fatti cui si riferiscono. Esse, tuttavia, sono d’aiuto per avvicinare e comprendere meglio un determinato evento già richiamato altrove, oppure sono l’unico elemento di documentazione.
Le scritture qui proposte sono rappresentative di aree consistenti, soprattutto nel periodo 1980-1983, quando la detenzione politica supera le quattromila unità. Sul finire degli anni ottanta i prigionieri rimasti negli "istituti di massima sicurezza" si contano in centinaia e per la maggior parte vivono "in ordine sparso" la propria carcerazione, pertanto i comunicati da quel momento riferiscono di riflessioni e dibattiti che investono aree numericamente molto più ristrette.
Non si attraversa qui, sia per ragioni di spazio sia per scelta di argomenti, la diversa esperienza delle cosiddette "aree omogenee", (se pure ha riguardato una fetta consistente dei prigionieri politici a partire dalla metà degli anni ottanta). Si documenta invece la nascita di questa forma differenziata di trattamento per il forte impatto che essa ha avuto sul corpo collettivo dei prigionieri politici e soprattutto su quella consistente parte reclusa, fino a quel momento, nelle carceri speciali.
L’esperienza carceraria nel suo insieme e dunque anche la vita quotidiana dei reclusi è documentata sui due versanti (leggi che regolamentano il carcere, l’istituzione degli speciali, delle aree omogenee e dei braccetti della morte, le restrizioni ai sensi dell’art. 90, attraverso testi di legge, circolari ministeriali, decreti, mentre i loro effetti pratici sono rintracciabili nei testi dei detenuti) per evidenziare l’applicazione di misure astratte sulle vite concrete delle persone che le devono subire.
Il materiale informativo presentato è stato redatto in carcere, da persone direttamente coinvolte nell’esperienza di cui si parla, fatta eccezione per pochi eventi sui quali è stato necessario ricorrere a ricostruzioni fatte all’esterno, da gruppi sociali o altri, come, a titolo di esempio, sulla strage di Alessandria nel 1974. I documenti interni sono scritti da persone detenute per reati connessi all’"associazione sovversiva" e alla "banda armata" o comunque inquisiti nell’ambito di inchieste con queste caratteristiche. Fanno eccezione a questo criterio alcune scritture di persone che hanno condiviso strettamente l’esperienza carceraria con militanti di diverse formazioni, assumendone, in un certo senso, le "parole d’ordine" e le modalità relazionali. Le carceri speciali, infatti, sono state abitate sia da detenuti politici che da detenuti per reati "comuni", ritenuti "pericolosi" dall’istituzione perché insofferenti alle regole carcerarie, indipendentemente dal fatto di aver fatto parte o meno di organizzazioni extralegali o di "batterie" di rapinatori. Gli eventi di cui si parla si riferiscono dunque spesso, per gli speciali maschili, anche a questa parte di società, che dai prigionieri politici sarà generalmente definita "proletariato prigioniero". La convivenza forzata in situazioni estreme, al limite della sopravvivenza, porterà entrambe le parti sociali a mescolarsi, in un rapporto di reciproca trasformazione; ad assomigliarsi, anche. Va così intesa l’idea di detenuti "politicizzati", mentre altre figure (sia pure eccedenti la norma) hanno mantenuto caratteri di sensibilità politica già presenti nella loro esperienza precedente, pur senza essere, né diventare, militanti di questa o quella formazione. Quando si presentano documenti di questa provenienza, naturalmente, accanto alle iniziali del nome non viene indicata alcuna formazione di appartenenza. Lo stesso criterio vale per alcune testimonianze di detenuti riportate nell’ultimo capitolo. Quando i documenti hanno firma collettiva, caratteristica o generica, non si è ritenuto dover intervenire, mentre quando le firme sono nominali, accanto alle iniziali dei nomi viene precisata l’area di appartenenza (per militanza o per inquisizione). Questa manipolazione, relativamente ai nomi, è l’unica che è stata fatta, dove è stato necessario, anche dentro al testo vero e proprio dei documenti, per il resto riportati nella loro versione originale. Va qui detto che essi sono stati scritti spesso su fogli di fortuna e non tutti sono stati decodificati, da chi li ha resi pubblici a suo tempo, in maniera sempre perfettamente lineare e coerente. Tuttavia taluni inciampi nello scorrere del testo, che si trovano qua e là, non sembrano pregiudicarne la leggibilità.
Gli eventi presi in considerazione riguardano il microcosmo carcere, la sua quotidianità, le sue peculiari regole del gioco, per ciò che concerne il rapporto tra istituzionalizzato e istituzione, per le condizioni di reclusione in periodi diversi, ma anche per ciò che riguarda la vita di relazione intramuraria fra detenuti. Su questo terreno emergono alcune specificità.
Le relazioni fra detenuti politici
Sebbene nell’arco di tempo considerato e nella maggior parte delle carceri sia prevalso un atteggiamento di rispetto e di solidarietà reciproca, in alcuni periodi e istituti specifici, nei quali il dibattito è stato centrato sulla determinazione politica dei prigionieri, il clima interrelazionale è stato talvolta così aspro e teso da rendere pesante la quotidianità soprattutto alle persone più autonome, più sole, vale a dire meno "garantite" dall’appartenenza ad un gruppo. Alla radice sono due fattori parimenti determinanti: il problema della desolidarizzazione che all’inizio degli anni ottanta coinvolge le diverse aree di militanza, con il fenomeno dei "pentiti", e suscita all’interno non solo del corpo prigioniero, ma anche nelle formazioni armate all’esterno, un’ondata di reazioni, documentate anche in questo lavoro. A metà degli anni ottanta sarà invece il percorso della "dissociazione", e soprattutto la scelta delle "aree omogenee" a costituire l’elemento principale di "desolidarizzazione", intesa come rottura della solidarietà fra reclusi. L’altro fattore emerge, sia pure in maniera più opaca, dai documenti che presentiamo qui, relativi ai periodi in cui prevalgono, nel carcere, posizioni politiche a spiccata volontà egemonica. Non tanto e non solo una tendenza di questa o quella formazione, ma piuttosto delle aree di dibattito costituitesi in carcere, che aggregavano persone provenienti anche da esperienze diverse intorno a dei codici comportamentali condivisi. Questa accezione di "gruppo" sarà decisiva nella maggior parte degli eventi documentati.
Va tuttavia tenuto conto, per una maggiore comprensione del fenomeno, che molto spesso le asprezze del dibattito sono da ricondurre a momenti della vita dei prigionieri politici non propriamente carcerari, quali gli interrogatori di polizia e della magistratura, o i processi, vissuti come un momento chiave della propria coerenza o meno, della propria internità ad un orientamento o meno, o le relazioni con il mondo - anche istituzionale - esterno al carcere. Il Progetto memoria affronterà in maniera più approfondita con un lavoro sui documenti politici scritti dai militanti in carcere nel corso dei processi questo tema, relativo alla dimensione giuridica, impossibile da sintetizzare qui. Si tratta infatti del dibattito sulle diverse modalità di conduzione dei processi, diversificati per periodo storico e per formazione armata.
Le relazioni in luoghi chiusi e separati quali sono le carceri hanno in alcuni casi portato a vere e proprie violenze, di ordine sia psicologico che fisico, in genere esercitate dal "gruppo" in relazione al singolo più che da un gruppo rispetto ad un altro. Si dà conto pertanto di quegli eventi che di questo clima sono rappresentativi.
a) Per quel che concerne le "pressioni psicologiche" le lettere e le testimonianze sono di due tipi. Alcune lettere pubbliche di autocritica, fiorite a grappoli all’inizio degli anni ’80, costituiscono indiretta testimonianza delle pressioni cui sono state sottoposte le persone cosiddette "ammittenti", che nel corso dei primi interrogatori di polizia o della magistratura hanno ammesso le loro responsabilità, coinvolgendo a volte anche altri, ma che non hanno attribuito al loro comportamento il valore di un distacco dall’area di provenienza e vi hanno quindi cercato un reinserimento. Sono qui presentate alcune di queste lettere, scelte fra le tante, per il loro valore emblematico. Esse tuttavia non danno conto delle conseguenze più dirette che questa ricerca di reinserimento nella formazione (o nel "corpo collettivo" dei prigionieri) ha spesso prodotto. Vale a dire la "militarizzazione" dei comportamenti, sia verso il personale carcerario, sia verso altri militanti in condizione di maggiore debolezza. Alcune testimonianze successive (sul finire degli anni ’80) riferiscono invece di persone che hanno subito pressioni (isolamento, negazione della parola, ecc.) esclusivamente per il loro pensiero politico, non essendo state, per usare le parole dell’epoca, né "ammittenti", né "dissociate", né "pentite".
b) Per quel che riguarda le aggressioni verbali, la "condanna scritta", chi legge troverà spesso riferimenti a questo o a quel militante o gruppo, per questa o quella scelta politica, per le ragioni più disparate, all’interno dei documenti. In molti casi si tratta semplicemente di battaglie politiche interne alle formazioni, in altri casi la "condanna" è chiaramente più pesante e assume il significato concreto dell’esclusione dalla collettività.
c) Alcuni documenti del periodo 1983-1984 (a cavallo della nascita delle aree omogenee per i militanti dissociati) e alcuni del 1988 (a ridosso della discussione sulle proposte di soluzione politica alla questione dei prigionieri) riferiscono delle aggressioni fisiche di militanti verso altri militanti senza conseguenze letali (spintonamenti, pestaggi). Essi sono riportati nei corrispondenti capitoli.
d) Ferimenti o tentati omicidi, comunque aggressioni fisiche più consistenti, senza conseguenze letali, ma dettate dall’"inimicizia", sono invece retaggio del periodo 1980-1982, di cui si dà conto, con qualche documento specifico, nei capitoli relativi. Due sono invece i momenti in cui altri detenuti (per reati cosiddetti comuni) hanno aggredito militanti di formazioni armate. Di questi due eventi si dà conto nell’anno 1976, a San Vittore, e nel 1981 a Cuneo.
e) Per le uccisioni di militanti da parte di altri detenuti (politici o comuni) è completa la documentazione nei lavori precedenti del Progetto memoria (La mappa perduta e Sguardi ritrovati). Questi eventi sono richiamati in questo lavoro al solo scopo di consentirne facilmente l’inserimento nel tempo e nello spazio, e dove è stato possibile è presentata una documentazione ulteriore. Lo stesso criterio vale per i militanti deceduti per altre cause in carcere o scontando la pena.
Nel periodo qui considerato, nelle carceri (anche nel circuito speciale, ma non solo) tra i reclusi ci sono stati "regolamenti di conti" e scontri, tra bande e/o persone con orientamenti diversi, che hanno portato alla morte, per mano di altri detenuti, di almeno 89 reclusi, tra il 1978 e il 1989 (di cui 65 tra il 1980 e il 1982). Tuttavia in questo lavoro questi eventi non sono considerati, poiché non risulta abbiano coinvolto direttamente i militanti detenuti né i loro organismi politici, ad eccezione della rivendicazione, del Comitato di lotta di Cuneo, dell’omicidio di un detenuto per reati comuni, riportato nel capitolo dell’anno 1980. D’altra parte l’ampiezza e la complessità di questo fenomeno sono tali da richiedere un lavoro specifico, volendo darne conto in modo non superficiale. Va detto tuttavia che il carcere in se stesso, quale che sia la sua nominazione, e in tutte le epoche (precedenti e successive alla presenza massiccia di detenuti politici), è luogo di morte per eccellenza e che ogni anno nelle carceri italiane muoiono centinaia di persone. Più precisamente, in base ai dati forniti dal Centro Studi Ristretti Orizzonti, una mesta media di circa 150 persone l’anno, di cui un terzo per suicidio. Alcune di queste persone muoiono perché uccise. A volte dall’istituzione medesima, a volte da altri detenuti.
La differenza sostanziale riguarda le conseguenze di questi eventi. Infatti, dove siano coinvolti detenuti in uccisioni, la Magistratura esercita normalmente azioni di giudizio (inchieste, processi, condanne) mentre per le persone la cui morte è riconducibile all’istituzione l’esito è normalmente un referto medico generico e, qualora si aprano procedimenti, l’atto finale è quasi sempre l’archiviazione.
Si è pertanto ritenuto utile presentare, nell’ultimo capitolo, alcuni documenti che pongono il problema della morte di detenuti, indipendentemente dal reato per il quale erano stati inquisiti, a seguito di pestaggi da parte del personale di custodia, per la rilevanza sociale che questi eventi hanno, o comunque dovrebbero avere, quale che sia l’orientamento con il quale si considera l’istituzione carcere. Va qui detto che nessun militante di nessuna formazione armata ha incontrato la morte in questo modo. E che, sebbene siano numerosi i detenuti che hanno subito pestaggi (di cui si dà conto nei vari capitoli riportando alcune testimonianze, che assumono valore emblematico, non avendo potuto riportarle tutte), questo tipo di trattamento non è toccato a tutti i prigionieri politici né è stato adottato in tutti i periodi e neppure in tutte le carceri speciali. Le relazioni dei prigionieri politici con l’istituzione e il personale carcerario sono illustrate in maniera esaustiva attraverso i riferimenti espliciti all’interno dei diversi documenti, relativamente al periodo considerato. Sebbene si tratti di una forzatura ai criteri della ricerca, si è ritenuto utile produrre note di riferimento nel tempo e nello spazio per sequestri o attentati mortali a personale di custodia o a figure istituzionali legate al carcere o a situazioni ad esso strettamente connesse, perché in taluni documenti interni questi eventi sono richiamati. Queste note sono collocate alla loro corrispondenza cronologica.
Le relazioni con il mondo esterno non sono qui prese in considerazione se non indirettamente. La scelta di limitare la selezione dei materiali, fatte salve rare eccezioni, a cose scritte in carcere e da militanti, esclude tutta la documentazione prodotta da associazioni, circoli, radio, familiari, gruppi sociali, comitati, figure diverse che dall’esterno hanno seguito l’evolvere dell’esperienza della prigionia politica. Ciò non vuole essere un giudizio di valore, ma risponde ai criteri del Progetto memoria e alle esigenze di spazio per questa pubblicazione. Per ciò che concerne le posizioni su carcere e prigionia delle formazioni armate operanti all’esterno, si rimanda al terzo volume del Progetto memoria, Le parole scritte.
In questo lavoro si è posta particolare attenzione alle condizioni di carcerazione in generale e le esperienze particolari (malattie, genitorialità, lutti) sono documentate perlopiù indirettamente. Ad esempio, nel periodo preso in considerazione, sono state almeno una quindicina le militanti di diverse formazioni armate (aree Nap, Pl, Br) che hanno avuto figli in carcere. Non si è fatto un lavoro di ricerca mirata e specifica per molte ragioni, non ultima la considerazione delicata e amara che alcuni di questi bambini nati in carcere hanno incontrato, negli anni della loro gioventù, un tragico destino. Si è scelto di presentare uno o due documenti emblematici di queste esperienze, per darne comunque conto, così come per i lutti familiari, che pur avendo riguardato invece quasi tutti i prigionieri che abbiano fatto molti anni di carcere, in modi diversi e in epoche differenti, non sono documentabili se non attraverso una testimonianza o l’altra, cui si attribuisce valore emblematico, non essendo state, quelle qui riportate, né le uniche né le più significative esperienze in merito.
Anche in questo lavoro, come nei precedenti, taluni criteri di fondo, esposti nel primo volume di questa collana, rimangono a fondamento della pubblicazione: la scelta di utilizzare parole proprie all’esperienza di cui si parla e l’intento di produrre strumenti di conoscenza piuttosto che interpretazioni. L’altra scelta di fondo del Progetto memoria, di escludere riferimenti nominali se non per militanti e persone decedute nel corso del conflitto, o per particolari contingenze, è stata particolarmente difficile da realizzare in questo specifico lavoro. I riferimenti nominali, nei documenti, infatti, sono numerosi. Si è ritenuto tuttavia, per due ordini di ragioni, di puntarli, anche dove questo può apparire ridicolo. Anzitutto per un atteggiamento di rispetto verso le persone che hanno vissuto l’esperienza, che sarebbe stato difficile rintracciare (molte sono, tra l’altro, decedute nel corso di questi anni) per avere l’autorizzazione a nominarle. Inoltre, poiché si parla di eventi che attraversano gli ultimi trent’anni di storia di questo paese, un nome che in un periodo o nell’altro di quella storia ha assunto una notorietà dovuta alla sua mass-mediazione non significa nulla per le generazioni successive. Perciò è sembrato più efficace un riferimento alle aree di inquisizione. Per questo a fianco delle iniziali è indicata l’area di provenienza (sia pure a volte forzatamente generica o incompleta, essendo le stesse persone state inquisite, in alcuni casi, per più di una organizzazione) tranne che per le persone detenute per altra causa. È d’altra parte vero che la maggioranza delle persone che ha vissuto, scritto, detto e fatto le cose di cui qui si tratta, è oggi altro e altrove rispetto alla passata esperienza e che per alcune di queste persone, nel mondo del lavoro come nelle nuove famiglie non c’è posto per il loro passato. Non si vuole dunque inchiodare nessuno a qualche parte della sua vita e del suo percorso. A tutti quelli che invece a mezzo di libri o prese di posizione pubbliche, o semplicemente nella loro vita di ogni giorno, portano con sé la propria storia, nel bene e nel male, non dispiacerà certo essere ridotti ad una iniziale puntata e ad un’area di appartenenza. Peraltro le citazioni da libri obbligano a indicare in nota i nomi per esteso. In questo lavoro si cerca di dare conto di aree di pensiero, orientamenti generali e particolari che si sono confrontati dentro e sull’istituzione carcere. I singoli militanti, nell’arco di molti anni di carcerazione, si sono trovati spesso ad attraversarne più d’una, non sempre in coerenza, e quello che ci sembra socialmente utile non è tanto l’evoluzione di un singolo, delle sue idee e della sua pratica, ma piuttosto la possibilità di guardare all’esperienza collettiva di una generazione politica che quelle carceri ha attraversato, dal Nord al Sud di questo Paese.
Conclusioni
Da questo lavoro emergono numerose e differenti letture del carcere speciale. L’invito a chi legge è come sempre a costruire un proprio percorso di conoscenza e a farsi una sua propria idea di cos’è stata l’esperienza qui documentata. Il carcere speciale è stato infatti letto in molti modi e vale la pena sottolineare che, se si può datare con precisione la sua istituzione, non altrettanto si può fare per un suo effettivo esaurimento. Si può forse più propriamente parlare di rinominazioni. Così il circuito degli speciali è oggi il circuito di Alta Sicurezza, l’art. 90 è oggi l’art. 41 bis della legge 354 del 26 Luglio 1975 (e successive modificazioni). Vale a dire che il carcere speciale può essere letto certamente come una sperimentazione rivolta a soggetti particolari, in un’epoca particolare (i militanti delle formazioni armate e i detenuti ritenuti "pericolosi" perché promotori di lotte, evasioni, ecc.) ma anche come l’asse portante dell’intero sistema penitenziario riformato. Dal punto di vista edilizio (strutture monocellulari, collocate alle periferie delle città quando non in luoghi sperduti) e dal punto di vista della gestione (tendente all’isolamento del singolo e dunque a favorire quel trattamento individualizzato voluto dalla riforma del 1975 e perfezionato dalle successive modificazioni) esso può essere considerato l’embrione del carcere attuale, basato fondamentalmente sulla differenziazione del trattamento. L’isolamento dall’esterno e all’interno è divenuto oggi pratica consueta, con l’applicazione dell’art. 41 bis e di altri contenitori, come l’EIV (Elevato Indice di Vigilanza) e simili acronimi che indicano semplicemente una serie di limitazioni e di misure punitive ulteriori alla privazione della libertà per il detenuto che vi è sottoposto. Ciò che è profondamente mutato è probabilmente il contesto sociale e culturale, ragione per cui le condizioni cui sono costrette centinaia di persone recluse non costituiscono più motivo di indignazione e di conseguenti battaglie politiche e sociali.
Al momento della chiusura in stampa di questo libro, dei 4087 inquisiti presi in considerazione da questa ricerca (vedi La mappa perduta), 4021 sono tornati da diverso tempo a percorrere le strade di questo Paese, mentre 66 persone, imputate per i medesimi reati, sono ancora in carcere per le loro posizioni politiche. Di esse, 37 sono recluse totalmente e hanno scontato dai 20 ai 27 anni di carcere, 29 sono bloccate in una semilibertà che sembra avviata a configurarsi eterna. Nel frattempo, i nuovi e più recenti inquisiti per reati con "finalità di terrorismo", anche internazionale, sono stati esclusi senza troppe polemiche, insieme ai reclusi per una serie di altri reati, dai consueti diritti che regolano il trattamento carcerario (nonché dal diritto a partecipare al processo nel quale sono imputati, se non in videoconferenza, o dal diritto di accedere alle forme alternative alla carcerazione, se non dopo aver collaborato con gli inquirenti).
Questo lavoro affonda le sue radici in un’epoca ormai molto lontana nel tempo, quando centinaia di migliaia di persone – ritenendo che l’esistenza possa avere carattere collettivo e la prigione di uno possa essere percepita come prigione di tutti – hanno osato lottare per una società senza istituzioni totali e, almeno sul terreno della battaglia per la chiusura dei manicomi, hanno saputo costruire le condizioni politiche per un superamento quantomeno formale di quell’istituzione. Un’epoca nella quale parole come solidarietà e diritto a lottare per il cambiamento, hanno avuto un significato fisico e materiale e le parole in genere non sono state così disgiunte dalla pratica, le persone non sono state lasciate così sole davanti all’esercizio della forza, foss’anche quella istituzionale. Un’epoca ed una cultura nella quale migliaia di persone hanno osato discutere e lottare per una società senza carcere ed altrettante centinaia di migliaia hanno osato discutere e ragionare per una maggiore trasparenza e democrazia delle istituzioni, anche quelle "totali". Questo lavoro attraversa alcuni decenni, ma la storia deve aver marciato all’indietro, se l’arretramento culturale a cui si è giunti sembra consegnare totalmente le persone detenute nelle mani dell’istituzione, quale che sia il grado di "democrazia" degli strumenti di cui essa si dota, se è vero che si è giunti ad un punto in cui non si possa nemmeno più pensare una società senza carcere. Ma prima ancora, se è vero che nessuna istanza sociale è in grado oggi di garantire almeno l’integrità psicofisica e l’incolumità delle persone che, appiattite ad un reato di qualche genere, sono consegnate nelle mani di istituzioni (carceri e sezioni ad Alta Sicurezza in regime di 41 bis, prigioni segrete, ospedali psichiatrici giudiziari) il cui livello di trasparenza e il cui grado di civiltà sono quantomeno da verificare.
Introduzione all'ultimo capitolo (1990-2006)
Questo capitolo prende in considerazione un arco di sedici anni ed è concepito in modo diverso rispetto ai precedenti. Ciò è principalmente dovuto alla consistente riduzione del numero di prigionieri politici rispetto agli anni precedenti. I prigionieri politici, che nei primi anni novanta erano 250-300, in parte sono stati scarcerati man mano per fine pena, in parte sono rimasti semplicemente in carcere (66 persone ad oggi) chi usufruendo di misure alternative alla detenzione come la semilibertà o il lavoro all’esterno e chi no. Poiché i documenti prodotti da questa area riferiscono raramente del carcere e sul carcere, ne sono qui presentati alcuni che alludono a diversi sviluppi della detenzione per questo ristretto numero di persone e altri, anche di diversa provenienza, che tuttavia mostrano la continuità dei dispositivi istituzionali documentati nei capitoli precedenti. Per quello che concerne il trattamento carcerario dei nuovi inquisiti per banda armata o associazione sovversiva, per reati "con finalità di terrorismo, anche internazionale", nell’arco di questi sedici anni (una ventina per nuove formazioni armate a carattere interno, qualche centinaio di persone di diverse nazionalità, per sospetti relativi alle nuove "leggi internazionali in materia di terrorismo") vengono applicati gli articoli di legge di cui si dà conto man mano che vengono emanati o modificati. Sono presentati infine documenti o articoli giornalistici relativi ad alcuni casi di persone, indipendentemente dal reato per il quale erano state arrestate, la cui morte in carcere ha suscitato dubbi nei familiari: persone il cui corpo è stato fotografato pieno di lividi e ferite incompatibili con la ricostruzione degli eventi fornita dall’istituzione, la cui morte è stata genericamente definita "per arresto cardiaco", persone che avevano subito violenti pestaggi e minacce da parte del personale di custodia. Questi documenti non hanno lo scopo di fornire una "verità alternativa a quella ufficiale": non è questo l’obiettivo di questa ricerca e non sono infatti presentate le fotografie né le documentazioni legali dell’una e dell’altra parte (pubblicate peraltro su diversi siti internet). Si vuole piuttosto richiamare l’attenzione su questa dimensione buia e rimossa dell’istituzione carcere, che archivia queste morti come "naturali". Questo intento, di richiamare l’attenzione su ciò di cui si preferisce non parlare e non sapere, è anche il filo conduttore che guida la selezione di quei documenti, scritti da inquisiti o condannati per i reati più diversi, che testimoniano di trattamenti inumani e degradanti. Ciò non vuole dare un’idea del carcere come di un luogo dove questa sia l’unica dimensione, ma vuole invece far riflettere sui metodi (specularmente premiali e punitivi) di cui l’istituzione fa uso per annichilire nelle persone recluse il diritto a lottare e a difendersi da ciò che, all’interno dell’istituzione, vuole cancellarle, riducendole ad una categoria di reato (terrorista, mafioso, ecc.) priva di quella modulazione di diritti e doveri che regolano normalmente la vita dei cittadini in Paesi civili.
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