Quando
e come nasce la socioanalisi narrativa
Cos’è la socioanalisi narrativa
Nel solco dell’analisi
istituzionale
I
cantieri di socioanalisi narrativa
Il primo corso di socioanalisi narrativa
Cantieri scuola di socioanalisi narrativa
C’è una data
di nascita : 1990. In quell’anno, infatti, nella sezione speciale del carcere
di Rebibbia, a Roma, un gruppo di prigionieri politici decise di esplorare le
risposte a cui in condizione di detenzione si faceva ricorso per sopravvivere.
Per fare questo venne istituito un particolare dispositivo di ricerca
collettivo definito “cantiere”.
Il cantiere di
Rebibbia assunse, fin dal primo giorno, la forma di una assemblea autogestita
e, per conseguire il suo compito, decise di fare ricorso ad un analizzatore
particolare: la narrazione. I partecipanti si diedero quindi il compito di
raccogliere e portare agli incontri brevi narrazioni delle proprie esperienze
di sopravvivenza nel carcere o, più in generale, nelle istituzioni totali.
Perché
la narrazione?
Perché la
narrazione breve di eventi problematici che si producono nelle relazioni
quotidiane all’interno di un gruppo, una associazione o una istituzione,
verbalizza inevitabilmente una tensione e quindi porta dentro di sé il codice
di un conflitto, la dialettica di una crisi. Ogni narrazione in tal senso,
oltre a costituirsi come fonte primaria di conoscenza, si configura anche come un analizzatore dei
dispositivi di potere e dei processi che riproducono il dominio istituendo
sofferenze, ansie, paure, ineguaglianze e gerarchie. Ogni storia trascende l’esperienza
biografica del suo narratore e apre al gruppo che l’ascolta l’occasione di un
salto cognitivo. Ecco allora che nel lavoro di gruppo il momento narrativo
schiude l’elaborazione di un più ampio momento riflessivo.
L’attività del
cantiere di Rebibbia iniziò dunque con la raccolta non direttiva delle urgenze
narrative dei partecipanti.
Nel corso
della narrazione libera, non direttiva, dove ognuno dei presenti, se voleva,
poteva prendere la parola e raccontare le sue esperienze, le prime storie che
vennero scambiate fecero presto emergere quelle spine nascoste che pungevano l’anima,
la mente e il corpo chi aveva deciso di uscire dal silenzio. Queste prime
storie vennero pertanto definite “urgenze” proprio perché ciò che aveva mosso
la lingua dei singoli narratori era anzitutto una necessità impellente: la
spinta allo scambio, alla liberazione, alla socializzazione di esperienze
vissute e tuttavia prigioniere.
Liberare e
raccogliere le urgenze narrative del gruppo-cantiere consentì, inoltre, di
costruire una prima mappa embrionale dei territori sui quali esso si sarebbe
inoltrato. E questa mappa disegnò il campo dell’analisi. Seguendo le linee di
forza evidenziate dalle storie si individuarono così i percorsi tematici che il
gruppo affrontò incontro dopo incontro.
A ciò seguì
anche una restituzione sociale del lavoro di ricerca compiuto. Una restituzione
pubblica destinata a chiunque fosse realmente mosso da una sensibilità
democratica e curiosa di ciò che avviene nelle istituzioni opache del Paese in
cui vive. Il libro che offre questa restituzione si intitola “Nel Bosco di
Bistorco” ed è la prima pubblicazione, ormai giunta alla dodicesima edizione,
di Sensibili alle foglie.
Il nostro lavoro di ricerca socioanalitica deve molto a Georges Lapassade. Egli è stato l’arpenteur, l’agrimensore che ha tracciato il solco dell’analisi istituzionale nel quale si muovono anche i nostri passi. A questo orientamento abbiamo dedicato la Collana di Analisi istituzionale e Socioanalisi, che ospita testi formativi.
La
cooperativa Sensibili alle foglie svolge attività di ricerca coordinando
cantieri di socioanalisi all’interno di specifiche istituzioni, su richiesta di
committenze interne al contesto da analizzare. Al cantiere aderiscono quelle
persone profondamente insoddisfatte della loro condizione, e quindi motivate a raccontarla ed a modificarla.
Questo dispositivo di ricerca viene definito cantiere perché la sua funzione
principale è quella di costruire una nuova narrazione dei dispositivi
relazionali presenti nel contesto istituzionale. Una narrazione diversa dal
mito attraverso il quale l’istituzione si rappresenta socialmente. L’unica
regola alla quale sono vincolati i partecipanti al cantiere è quella di
raccontare quel che quotidianamente accade all’interno dell’istituzione. D’altronde
chi è motivato a partecipare al cantiere è spontaneamente orientato a scambiare
le esperienze che sta facendo e le storie che fioriscono sono, a loro volta,
nodi di una rete di molte altre storie che consentono di trascendere l’evento
biografico per risalire al dispositivo istituzionale che è alla base di quell’esperienza.
Il gruppo socioanalitico comincia a vivere effettivamente nel momento in cui
ogni partecipante si riconosce anche nelle parole e nelle storie dell’altro, e
quindi in una comune meta-narrazione. Il nostro compito nel cantiere, consiste,
attraverso le restituzioni scritte che consegniamo dopo ogni incontro, nel
montare le storie ascoltate mettendole a confronto con altre narrazioni
significative riguardanti i dispositivi relazionali all’opera nelle istituzioni
totali. Attraverso questo gioco di rispecchiamenti, un dispositivo che appare
naturale e ovvio nella routine quotidiana di quella istituzione d’improvviso
acquista una luce di significato diversa.
Con
la pubblicazione della narrazione finale, si cerca di favorire una maggior
trasparenza sociale dell’istituzione analizzata e di promuovere nella
collettività un più ampio meccanismo narrativo.
Socianalisi dei ragazzi di strada viaggianti
A
Milano c'è una città parallela. Invisibile. E' popolata di ragazzi, alcuni
giovanissimi, che vengono e vanno, viaggiano, arrivano da altri continenti o se
ne vanno verso altre città. Vivono da soli, questi ragazzi viaggiatori e solo
casualmente vengono intercettati da qualche istituzione (polizia, carcere
minorile) Ma molti adulti 'sanno' della loro presenza e non si fanno alcun
problema nel chiedere od imporre loro prestazioni e favori.
Questa
ricerca non parte da una ipotesi ma dalla mappa narrativa tracciata da alcuni
di questi ragazzi e dai loro racconti di vita quotidiana; racconti che si
configurano come eccellenti analizzatori di nuovi ed inquietanti indirizzi di
'esclusione strumentale' .
Socianalisi dell’istituzione ospedaliera
La
ricerca tesa ad esplorare i dispositivi totalizzanti dell’istituzione
ospedaliera è stata commissionata alla cooperativa dalla direzione della AUSL
Ba2 agli inizi dell’anno 2007 nel quadro di un percorso che vedeva l’azienda
interessata a lavorare verso una sanità
non centrata sull’ospedale. Sulla base di questa commessa di lavoro è stato
allestito il primo cantiere di ricerca all’interno dell’ospedale di Molfetta
(BA), composto da persone che operano sia nella struttura ospedaliera che in
servizi territoriali. A questo cantiere di ricerca, nella primavera del 2007 si
è aggiunto un nuovo gruppo di lavoro costituito da infermieri e tecnici di
laboratorio di un grande ospedale metropolitano, il Cardarelli di Napoli.
I
due cantieri, coordinati da Nicola Valentino, hanno svolto il loro lavoro
separatamente, scambiando però le relazioni scritte dei rispettivi incontri.
La
metodologia utilizzata è stata quella di sollecitare la narrazione di storie
riguardanti l’esperienza ospedaliera vissuta dai partecipanti sia come
operatori/operatrici, che come lavoratori/lavoratrici, ma anche come
malati/malate. Con l’obiettivo di risalire da storie particolarmente
emblematiche all’individuazione di alcuni dispositivi istituzionali. Come
chiave di lettura sono state spesso utilizzate le ricerche sulle istituzioni
ospedaliere e sanitarie svolte da Michel
Foucault, Franco Basaglia, Ivan Illich.
Le
storie narrate dai due cantieri di ricerca sono state intrecciate anche con un
archivio di narrazioni riguardanti l’esperienza ospedaliera in ogni parte d’Italia
già custodito dalla cooperativa che coordinando da diversi anni ricerche socioanalitiche sulle
istituzioni sanitarie, ha raccolto e raccoglie testimonianze, diari, memorie.
La
ricerca esplora i dispositivi che rendono patogeno l’ospedale, il meccanismo
economico che favorisce un sistema sanitario centrato sull’ospedalizzazione, ma
soprattutto i principali dispositivi di
spersonalizzazione e disconferma della persona ricoverata che accetta, in
ospedale, mortificazioni personali e privazione dei diritti in un modo che non
ha eguali, per la stessa persona, in altri contesti della sua vita. Questo
adattamento acquiescente verso
cui è spinta la persona ammalata è un
indicatore che fa pensare all’istituzione ospedaliera come una condizione estrema .
Cantiere di ricerca sulle trasformazioni che
investono l'organizzazione, la composizione e il mercato del lavoro nelle
aziende globali della Grande Distribuzione Organizzata
La
ricerca, inziata nel 2002 a Milano, è ancora in corso. Commissionata dal momndo
sindacale, essa si svolge a Milano con lavoratrici e lavoratori delle aziende
Auchan, Carrefour, IperCoop, Esselunga. I
risultati fino ad oggi conseguiti sono stati pubblicati, a cura di
Renato Curcio, nella Collana di Ricerche sociali.
Cantiere di ricerca sulle residenze
psichiatriche post-manicomiali (SIR)
Il
direttore del Dipartimento di salute mentale dell’ASL NA 2, nell’anno 2002
commissionò alla cooperativa una ricerca per valutare l’effettiva uscita dai
dispositivi dell’istituzione manicomiale delle nuove residenze psichiatriche
allestite nel dipartimento di cui era responsabile. Il cantiere ha coinvolto
personale delle residenze dei Dipartimenti Giugliano, Ischia e Pozzuoli. Vi
hanno aderito: infermieri, animatori, educatori professionali, assistenti,
psicologi e psichiatri, sia dipendenti della ASL che di aziende e cooperative
che avevano in appalto attività riabilitative e di assistenza presso le SIR. L’insieme
delle narrazioni raccolte ha consentito l’individuazione di alcuni dispositivi
relazionali di eredità manicomiale ma anche di raccontare le risorse di
sopravvivenza dei residenti e le modalità di adattamento degli operatori. I
contenuti della ricerca sono pubblicati in: Istituzioni post-manicomiali.
Cantiere di ricerca sulla dispersione
scolastica all’Istituto professionale (IPIA) di Bagnoli - Napoli
Nell’anno
scolastico 1998 - 1999, la Presidenza di uno degli istituti professionali di
Napoli con più alti livelli di dispersione scolastica, commissionò alla
cooperativa una ricerca da svolgere insieme agli insegnanti della scuola
impegnati nei progetti europei contro la dispersione. La commessa di lavoro fu
successiva ad un episodio nel quale gli studenti dell’istituto, nel corso di un
incontro con il magistrato per i minori, avevano sostenuto che stare a scuola
fosse peggio che finire nel carcere minorile. La ricerca è nata quindi con l’obiettivo
di esplorare i dispositivi della scuola che generavano negli studenti l’inquietudine
del sentirsi in una gabbia peggiore della vera gabbia, con risposte che
andavano dall’uso di sostanze stupefacenti, al danneggiamento dei locali
scolastici, fino all’abbandono scolastico. Il gruppo di ricerca dopo aver
registrato narrazioni riguardanti la quotidianità in quell’istituto decise di
raccogliere direttamente il racconto degli studenti. Sulla base delle loro
risposte è nata l’esigenza, poi attuata,
di creare nella scuola uno spazio autogestito.
Cantiere di ricerca nella Casa di cura per
anziani Villa delle Querce di Nemi (RM)
Tra
il 1999 ed il 2000 la cooperativa "Sensibili alle foglie" ha
coordinato un cantiere commissionato dalla "CGIL-funzione pubblica"
della circoscrizione dei Castelli, in provincia di Roma, con lo scopo di
esplorare le condizioni di vita dei ricoverati e le difficoltà dei
lavoratori nei reparti di lungo degenza
e nella "Residenza Sanitaria Assistenziale" della Casa di cura Villa
delle Querce di Nemi (RM). Al cantiere ha partecipato sia personale
infermieristico che della riabilitazione. Nel corso della ricerca il cantiere
ha promosso due eventi all’interno della Casa di cura: una mostra di linguaggi espressivi
di persone recluse e la presentazione del libro di Stephen Levine "Chi
muore, quando si muore", per sollecitare l’attenzione verso la creatività
delle persone anziane istituzionalizzate e la non rimozione dell’esperienza
della morte. I due eventi sono stati anche immaginati per far emergere
dinamiche istituzionali altrimenti nascoste.
Alcune narrazioni del cantiere sono pubblicate in: Pannoloni Verdi.
Cantiere di ricerca all’IPAB Giovanni XXIII di
Bologna
Durante
un seminario tenuto dalla cooperativa, alcuni lavoratori impegnati nell’assistenza
agli anziani presso l’IPAB Giovanni XXIII di Bologna ed iscritti alle RDB,
osservarono che l’istituzione nella quale operavano era per molti aspetti
gestita in modo manicomiale e quindi sarebbe stato interessante, per migliorare
la qualità della vita dei residenti e le condizioni di lavoro, avviare una
ricerca all’interno del "Giovanni XXIII". Il cantiere è nato nell’autunno
del 2004 costituito da una ventina di partecipanti tra operatrici ed operatori,
in gran parte assistenti di base.
IL
cantiere è stato totalmente autofinanziato attraverso alcune cene sociali
organizzate dai partecipanti, dall’Associazione Primo Moroni di Bologna e dalle
RDB, nel corso delle quali sono stati illustrati, ai commensali sovventori,
obiettivi e modalità della ricerca. La restituzione finale della ricerca,
pubblicata nel libro Pannoloni Verdi, mettere a fuoco i dispositivi relazionali
che caratterizzano la moderna istituzione totale per anziani, auspicando che si
alimenti una sensibilità sociale che non consideri più come un peso, e quindi
in "età terminale", le persone anziane, ammalate, e senza
risorse.
Socioanalisi della Comunità di Capodarco.
La
Comunità di Capodarco è nata sul finire degli anni sessanta liberando dalle
istituzioni totali e dal chiuso delle famiglie le persone disabili. A molti
anni dal processo fondativo è emersa la necessità di mettere a confronto l’esperienza
attuale della comunità con quella delle origini, per rilevare i dispositivi d’istituzionalizzazione
eventualmente reintrodotti nelle routine quotidiane. In accordo con la Presidenza della Comunità
di Capodarco di Roma all’inizio del 2006 si è deciso di aprire un cantiere
con lo scopo, espresso dalla Presidenza
di allora, di favorire una democratizzazione dei meccanismi relazionali interni
all’istituzione. Al cantiere hanno partecipato una trentina di persone, in
prevalenza uomini e donne disabili ma anche volontari, operatori ed operatrici.
La
narrazione complessiva che ne è risultata riguarda l’esperienza della comunità
di Capodarco di Fermo nelle Marche e quella romana di via Lungro con le
strutture comunitarie ad essa connesse. Il periodo indagato si riferisce alla
nascita della comunità di Fermo sul finire degli anni sessanta e alla
fondazione, nei primi anni settanta, della comunità di Capodarco di Roma.
Significativi diventano gli anni novanta in cui viene decretata la fine di
alcuni dispositivi basilari della comunità originaria.
Socianalisi della Comunità di base delle Piagge
La
Comunità di base delle Piagge opera a Firenze nel quartiere da cui prende il
nome. L’idea di aprire un cantiere socianalitico che avesse per oggetto d’interesse
la stessa comunità si è fatta strada nel 2003. A partire da questa domanda:
"Perché non istituiamo un cantiere dei vostri sull’esperienza che stiamo
facendo alle Piagge e insieme cerchiamo di esplorare i dispositivi relazionali
a cui ci affidiamo nelle nostre pratiche quotidiane?" Con la Comunità delle Piagge ci accordammo
per sette incontri di quattro ore ciascuno in cui avremmo affrontato ‘in gruppo’,
tutti insieme, alcuni snodi cruciali della loro esperienza: lo stato nascente,
il processo di formazione delle decisioni, le pratiche lavorative, la scrittura
collettiva, il denaro, le relazioni con il contesto, e l’autopercezione del
senso della comunità. A questa prima fase della ricerca ne segue ora una
seconda che ha per oggetto d’attenzione la pratica dell’autogestione.